Università e ricerca – alcune idee per il cambiamento

I temi dell’Università e della ricerca interessano, o dovrebbero interessare, tutti. Infatti l’Università, per quanto criticata, resta uno degli ambienti più affascinanti della nostra società, perché la sua immagine è quella di un posto dove si producono regole nuove e quelle esistenti sono sfidate. Proprio questo attira le personalità più originali e creative, e ha consentito la persistenza nel tempo di una delle istituzioni storicamente più durevoli.

Qualità delle Università in Italia

Le Università italiane non escono mai bene nei ranking internazionali. Tuttavia, se normalizziamo i dati rispetto alle risorse disponibili (personale, investimenti) vediamo che l’Università, e più in generale la ricerca scientifica italiana, nonostante i molti problemi di cui parlerò più avanti, esce a testa alta da qualunque confronto internazionale qualunque sia l’indicatore prescelto: pubblicazioni, citazioni, brevetti. Il motivo per cui finiamo in fondo alle classifiche è l’esiguità complessiva delle risorse umane e finanziarie investite in R&S. Faccio un esempio: Harvard, sempre al top delle classifiche mondiali. 23.000 studenti. 14.000 dipendenti. Budget 2016: 4,5 miliardi di Euro, 2/3 dell’intero FFO (Fondo di Funzionamento Ordinario – stanziamento pubblico) per tutte le Università italiane. Quando ci rimproverano di non essere ai primi posti delle classifiche internazionali, di che cosa parliamo? Chiunque conosca Harvard non può che riconoscerne l’assoluta eccellenza: 79 premi Nobel, uomini e donne di grande successo. E l’eccellenza richiede risorse, che le nostre Università non hanno. In un articolo pubblicato sul sito Roars.it (peraltro spesso molto critico nei confronti del sistema) per gioco si sono divertiti a fare una graduatoria tenendo conto dei “consumi” cioè dei risultati per unità di spesa effettiva (ovviamente vale la legge dei ritorni decrescenti di scala): non sorprende che ai vertici di questo ranking si trovino moltissime Università italiane.
A questo bisogna aggiungere che il nostro deficit è spesso più sulle strutture di supporto, in molti Atenei italiani praticamente assenti, che sulla qualità dell’insegnamento: ciò è provato dal fatto che i nostri laureati all’estero sono apprezzati e conquistano di solito posizioni di rilievo in tutti i settori.
Emerge così il primo dei problemi del nostro sistema: l’insufficienza di risorse dedicate al settore dell’Università e della ricerca, sia da parte dello stato che da parte delle imprese. Normalizzando rispetto al PIL, spendiamo molto meno della media OCSE e meno della metà degli Sati Uniti. Inoltre negli ultimi anni questo il già esiguo stanziamento pubblico è stato persino ridotto.Riporto gli ultimi dati Istat:
Nel 2015 la spesa per R&S intra-muros sostenuta da imprese, istituzioni pubbliche, istituzioni private non profit e università è in aumento rispetto al 2014 in termini sia nominali (+1,7%) sia reali (+0,9%).
L’incidenza percentuale della spesa per R&S intra-muros sul Pil (Prodotto interno lordo) è pari all’1,34% e risulta stabile rispetto all’anno precedente.
Per un confronto: Corea del Sud (4,23% nel 2015), Giappone (3,29% nel 2015) e Stati Uniti (2,79% nel 2015).
In confronto al 2014 la spesa per R&S cresce nel settore privato (+4,4% per le imprese, +6,8% per le istituzioni private non profit) mentre diminuisce nelle istituzioni pubbliche (-1,7%) e nelle università (-2,8%).
I finanziatori stranieri (imprese, istituzioni pubbliche o università estere) contribuiscono per l’8,3% alla spesa per R&S (1,8 miliardi), in diminuzione rispetto al 2014 (-1,1 punti percentuali).
Poco più di un terzo degli addetti nella R&S è costituito da donne. La componente femminile è molto contenuta nelle imprese e più ampia nel settore pubblico, ma è maggioritaria solo nel non profit.
I temi dell’Università e della ricerca interessano, o dovrebbero interessare, tutti. Infatti l’Università, per quanto criticata, resta uno degli ambienti più affascinanti della nostra società, perché la sua immagine è quella di un posto dove si producono regole nuove e quelle esistenti sono sfidate. Proprio questo attira le personalità più originali e creative, e ha consentito la persistenza nel tempo di una delle istituzioni storicamente più durevoli.

Il reclutamento e la carriera

Questo è uno dei punti dolenti. I meccanismi di reclutamento sono farraginosi, e qualche volta (comunque troppo spesso) non riescono a premiare il merito. L’eccesso di regole, che in teoria dovrebbe garantire imparzialità e omogeneità di valutazione, sia pure a prezzo di appesantimento burocratico, genera in realtà deresponsabilizzazione e si presta a manipolazioni. Si sono verificati in effetti alcuni casi oggettivamente scandalosi: ma nella gran parte di questi le regole sono state rispettate nella forma, ma aggirate nella sostanza. Troppe regole significa nessuna regola: anche in questo caso, more is less. Dobbiamo lavorare per migliorare la qualità degli organi ordinari di governo delle Università, introducendo elementi di maggiore responsabilità, anche personale, sulle scelte, evitando la tentazione di creare nuove regole, nuove strutture (spesso in forma di Autorità utili solo a chi le gestisce), nuovi organismi burocratici. In realtà la deriva verso la burocratizzazione ha comportato anche un aumento del controllo politico sulla ricerca e sul mondo accademico, con pesanti ingerenze. Sono certa che neanche il governo della Corea del Nord abbia sentito il bisogno di disciplinare per legge la numerosità dei componenti di un Dipartimento Universitario, come avvenuto in Italia. Proseguendo di questo passo non potremo che rimpiangere Federico Barbarossa, che nel 1158, per decreto imperiale, garantì l’autonomia dell’Università di Bologna e la sua indipendenza da ogni interferenza politica: “… non ci sia alcuno tanto audace da recar danno agli Scolari …”.
A tutto ciò si aggiunge il fatto che il nostro sistema universitario e scientifico ha smesso di crescere, riducendo quindi le immissioni in ruolo a un livello inferiore persino al turn-over. Il risultato sembra un bollettino di guerra: negli ultimi 8 anni oltre 12.000 posizioni in meno per i docenti; 13.000 in meno per tecnici e amministrativi; -20% delle immatricolazioni; -22,5% FFO. %. Se il sistema, invece che ministeriale, fosse una holding sarebbero saltate molte teste, si sarebbe avviata un’indagine interna, sarebbero state definite strategie per riconquistare le posizioni perdute. Invece, niente di tutto questo; anzi, un insieme di norme, atteggiamenti e comportamenti del tutto in antitesi con strategie di rilancio. Quando parliamo di fuga dei cervelli, teniamo a mente questi dati. Ma su questo torno nel punto successivo.
Non ho le competenze specifiche per proporre soluzioni efficienti, ma ho una chiara percezione dell’importanza del problema sia per il sistema scientifico, sia per la competitività e lo sviluppo del Paese. Mi propongo perciò, se lo vorrete, di approfondirlo insieme e di essere la vostra portavoce.

La dimensione del sistema

Il mese scorso Mauro Gola, Presidente della Confindustria di Cuneo, in una lettera indirizzata alle famiglie degli studenti cuneesi, ha invitato a orientarsi verso studi professionali volti a formare operai specializzati piuttosto che laurearsi. La prosa elementare e alcune imperfezioni grammaticali non depongono certo a favore del livello culturale del personaggio. E tuttavia nello stesso modo si sono espressi personaggi più autorevoli come il prof. Giavazzi, che in un recente articolo si è chiesto retoricamente se veramente il Paese avesse bisogno di più laureati.
Questo atteggiamento rivela solo il provincialismo culturale e l’atteggiamento mentale della parte peggiore dei nostri imprenditori, incapaci di competere sulla tecnologia e l’innovazione e nostalgici di una forza lavoro succube e a basso costo.
In realtà è vero esattamente il contrario: il numero di laureati nel nostro Paese è drammaticamente inferiore a quello che si registra nei Paesi più sviluppati. E proprio a cominciare da imprenditori e manager: come rivela l’indagine Almalaurea del 2015, solo il 25% dei manager italiani sono laureati (51% in Germania), mentre il 28% non va oltre la scuola dell’obbligo (5% in Germania), e purtroppo si vede.
Secondo il rapporto “Education at a glance 2017”, l’Italia registra appena il 18% di laureati, contro il 37% della media nella zona Ocse: il dato più basso dopo quello del Messico. Nel gruppo dei dodici Paesi di riferimento siamo ultimi. Germania, Portogallo, Francia e Spagna hanno medie decisamente superiori. La Svizzera è al 41 per cento, Stati Uniti e Regno Unito al 46 per cento. Male anche il dato sul conseguimento di una prima laurea al 35%, il quarto più basso dopo Ungheria, Lussemburgo e Messico. Sono dati aggregati, ma la situazione è ancora più grave se si guarda ai laureati nei settori tecnico-scientifici.
Anche l’affermazione che i laureati troverebbero lavoro meno facilmente dei diplomati è falsa (vedi figura seguente, che peraltro include tutti i laureati, compresi quelli nelle discipline umanistiche, meno richiesti dal mercato del lavoro).
Ciò di cui abbiamo veramente bisogno è un piano straordinario di espansione del nostro sistema scientifico in generale e universitario in particolare, promuovendo e favorendo l’accesso dei giovani all’Università. Occorre per questo sfatare anche il diffuso pregiudizio che le Università in Italia siano troppe: noi abbiamo 96 Università, di cui 29 private (tra queste 11 telematiche). Se ci rapportassimo a Germania, Francia, Inghilterra, Corea del Sud o alla California, dovremmo averne almeno il doppio.
Aziende come la Apple sarebbero diventate forse quello che sono oggi se anziché investire nel talento e nella capacità di espressione dei giovani Steve Jobs avesse detto “Siate tranquilli, siate sottomessi, accontentavi di un posto da operaio o da pizzettaio” anziché il suo famoso “Stay hungry, stay foolish”?

Legame tra ricerca, innovazione e sviluppo.

Nel 1779 Ned Ludd, un giovane operaio inglese, distrusse un telaio in segno di protesta contro i bassi salari e la disoccupazione generati dalla rivoluzione industriale. Non è certo che Ludd sia veramente esistito; certo è però che a suo nome si ispirò un movimento di protesta operaio che nel periodo 1811-1813 generò, specialmente in Inghilterra, numerosi tumulti caratterizzati dalla distruzione di macchine industriali. Il Luddismo è stata la prima espressione esplicita dei timori generati dal progresso tecnologico. In realtà la storia dimostra che questi timori sono infondati dal punto di vista globale. Certamente è vero che l’innovazione ha un effetto potenzialmente devastante su molti settori. Secondo McKinsey in un periodo che va dai 20 ai 40 anni quasi il 50% dei lavori attuali sarà sostituito dalle macchine. Ma si tratterà di occupazioni a basso contenuto di intelligenza (come quelle sostenute da Mauro Gola), mentre aumenterà la richiesta di profili ad alto contenuto di conoscenza e creatività.
Per questo l’equazione Tecnologia = produttività = meno lavoro è infondata. Cambia però la distribuzione della ricchezza: i vantaggi saranno di chi saprà cogliere le opportunità dell’innovazione. In realtà tecnologia e globalizzazione costituiscono opportunità più che minacce, a condizione però che si investa nel lungo periodo nell’alta formazione e nella ricerca. È una svolta rispetto a quanto fatto finora, indispensabile se non vogliamo divenire sempre più marginali nella distribuzione internazionale del lavoro e condannare i nostri figli a un futuro di manovalanza a basso costo.

Internazionalizzazione

Fin dal Medio Evo dotti e sapienti clerici vagantes circolavano, per insegnare e per imparare, da Parigi a Oxford a Bologna a Salamanca. Quello che esiste oggi è un mercato del lavoro intellettuale che segue le logiche della globalizzazione, e del quale la mobilità è l’asse portante. È una mobilità con due regole fondamentali: uno, chi deve (prevalentemente) imparare è attratto dai luoghi di massima concentrazione di intelligenze e di risorse; due, i luoghi di massima concentrazione di risorse tendono ad attirare le migliori intelligenze. Purtroppo, in questo intellectual market place l’Italia perde più di quello che guadagna.
Ho esplicitamente menzionato questo tema nel mio programma. In particolare mi propongo di sensibilizzare il PD stimolando interventi volti sia a promuovere una maggiore diffusione all’estero, e in particolare in Nord America, delle opportunità di studio universitario in Italia, sia ad attuare un sistema di agevolazioni finanziarie e burocratiche per i giovani italiani all’estero che aspirino a un percorso di alta formazione in Italia.
Non credo all’efficacia di interventi come l’abolizione delle tasse universitarie. In Italia le persone meno abbienti sono già esenti. Possono forse essere riviste verso l’alto le fasce dell’esenzione. Credo invece che debbano essere aumentate le risorse per sostenere gli studenti Italiani che aspirino a un’esperienza di studio negli USA (risorse che sono oggettivamente diminuite nel corso degli ultimi 20 anni).
L’ultimo punto su cui vorrei pronunciarmi riguarda l’istituzione di corsi in lingua inglese nelle università italiane come strumento per favorire l’attrazione di studenti stranieri. Proporre un intervento generalizzato di questo tipo è segno di provincialismo culturale, insostenibile in un Paese con la nostra tradizione culturale. Certo, la conoscenza della lingua inglese è importantissima, ma va promossa con interventi e agevolazioni ad hoc. E’ invece sicuramente possibile e utile ragionare a livello di sistema. Ad esempio, nel Lazio esistono sei facoltà di ingegneria pubbliche, di cui quattro pubbliche: una di queste potrebbe essere specializzata nell’offerta di corsi in inglese.

Sui modelli didattici

Esiste da tempo una artificiosa contrapposizione tra insegnamento tradizionale in presenza e insegnamento on-line, visti sostanzialmente come alternative: in realtà, l’e-learning è un potente strumento didattico, non necessariamente alternativo alla classe frontale, che può, a seconda dei casi, integrare, supportare o, anche, sostituire in parte o in tutto. Alla base di questo equivoco sta forse la nascita, un po’ precipitosa, di Atenei on-line, che erogano interi corsi di laurea in modalità e-learning, alcuni dei quali si configurano come teaching university, cioè strutture di qualità non eccelsa il cui corpo docente è prevalentemente assorbito dall’insegnamento, ed è praticamente assente dal dibattito scientifico a livello internazionale. Ma il paradigma rivoluzionario non è certo l’e-learning che, è bene ripeterlo, è solo uno strumento aggiuntivo, bensì una nuova filosofia di cui certamente l’e-learning ha favorito e agevolato la diffusione. Tale filosofia si concretizza nei MOOC (Massive Open Online Courses) la cui idea centrale è quella di rendere disponibile a chiunque, in modo gratuito, tutte le risorse didattiche che possono utilmente avvalersi del web come strumento di condivisione e interazione tra discenti e tra questi e i docenti. E se è evidente che non tutti i tipi di insegnamento possono giovarsi di questi strumenti, è anche vero che, per tutti i contenuti che possono essere digitalizzati, la diffusione sul web permette di ottenere livelli di interazione e condivisione impensabili in una classe in presenza. Inoltre, tecnologie sempre più evolute di rappresentazione digitale e connessione in rete permetteranno in un futuro molto vicino di estendere moltissimo, sia come tipologia di contenuti, sia come ampiezza del pubblico raggiunto, l’utilizzazione di questi strumenti didattici.
I MOOC più famosi sono due, entrambi con il cuore in Università americane di grande prestigio: Coursera (Stanford University) e Edx (joint venture tra Harvard e MIT). Coursera offre al momento, tramite oltre 120 Atenei partner in tutto il mondo, un migliaio di corsi e vanta quasi 10 milioni di iscritti. In Italia hanno finora aderito l’Università di Roma “La Sapienza” e, più recentemente, la “Bocconi”, ma entrambe con una presenza molto modesta. In ogni caso, Coursera ha avviato un progetto per sottotitolare i suoi corsi in decine di lingue (probabilmente a scapito della qualità dell’esperienza didattica).
Il consorzio Edx è formato da quasi 40 Università tra le più prestigiose del mondo. Offre al momento oltre 200 corsi, e ha avviato insieme a Google il portale mooc.org con l’obiettivo di creare la più grande piattaforma didattica al mondo ospitando anche i corsi di istituzioni, enti e aziende non partecipanti direttamente al consorzio.

Sia Coursera che Edx prevedono test di verifica dell’apprendimento durante e alla fine dei corsi e rilasciano diverse tipologie di certificazione.
Si sta quindi prefigurando un mercato mondiale dell’educazione superiore, sul quale i principali players stanno già posizionandosi e scaldando i muscoli preparandosi a competere. Le Università telematiche italiane non sono la risposta, in quanto non offrono niente del genere e probabilmente non sono e non saranno in grado di farlo. Su questo credo sia necessaria una strategia che coinvolga i nostri migliori Atenei promuovendo la collaborazione con le migliori esperienze americane.

 

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